Questo drammatico caso di malasanità si è verificato in un ospedale della Liguria, nella città di Sanremo, dove un neonato ha perso la vita a seguito di un parto distocico.
La vicenda ha avuto inizio quando una giovane donna di 27 anni, alla sua prima gravidanza, si è recata al Pronto Soccorso a causa di una rottura prematura delle membrane alla 39ª settimana di gestazione. In un primo momento, le condizioni della gravidanza sembravano nella norma, ma con il passare delle ore il monitoraggio fetale ha iniziato a mostrare segnali preoccupanti: l’attività contrattile dell’utero risultava scarsa, mentre il battito cardiaco del feto presentava anomalie.
Nel tentativo di favorire il parto, il personale medico ha proceduto con diverse misure, tra cui la somministrazione di ossitocina e l’utilizzo di una ventosa ostetrica. Tuttavia, al momento del parto si è verificata una distocia di spalla, una complicazione che ha reso particolarmente difficile l’espulsione del bambino.
Malgrado gli sforzi compiuti attraverso manovre ostetriche, il neonato è venuto alla luce in condizioni gravissime, con evidenti segni di asfissia. Il punteggio APGAR era pari a 0 nei primi minuti di vita e, nonostante i tentativi disperati di rianimazione, che hanno incluso intubazione e massaggio cardiaco, il piccolo non ce l’ha fatta. L’emogasanalisi cordonale ha evidenziato una grave acidosi e la madre, pur non avendo avuto complicazioni fisiche nel post-parto, ha subito un profondo trauma psicologico a causa della perdita del figlio.
L’azione legale e l’accusa di malasanità
Sconvolti dall’accaduto, i genitori del bambino si sono rivolti allo Studio legale Sgromo, il quale ha condotto un’indagine approfondita individuando gravi responsabilità da parte del personale sanitario che ha gestito il parto.
Un consulente medico-legale ha riscontrato diverse negligenze nell’assistenza prestata alla paziente. Dall’analisi dei tracciati CTG è emerso che fin dalle 13:30 si manifestavano decelerazioni profonde, seguite da un episodio di tachisistolia a partire dalle 14:20. Nonostante questi segnali preoccupanti, i sanitari hanno deciso comunque di somministrare ossitocina, peggiorando ulteriormente la situazione. Nessuna misura idonea è stata adottata per ridurre le contrazioni, né si è considerata l’opzione di un parto cesareo, che avrebbe potuto scongiurare il tragico epilogo.
L’emogasanalisi ha successivamente confermato la presenza di una marcata acidosi metabolica, prova evidente di una sofferenza fetale che si era protratta per un periodo critico di tempo. Anche le manovre ostetriche impiegate sono state oggetto di forti critiche, poiché giudicate tempisticamente inadeguate, con conseguenze fatali per il neonato.
Le responsabilità mediche e il risarcimento per malasanità
Dall’analisi delle prove raccolte e dalle valutazioni degli esperti, è emerso un nesso causale diretto tra le scelte inadeguate dei sanitari e il decesso del bambino. Secondo i principi sanciti dal codice penale, infatti, un evento si considera determinato da un altro se, in assenza di quest’ultimo, non si sarebbe verificato.
In questo caso, l’errata gestione del parto, la mancata somministrazione di farmaci tocolitici e l’omissione di un intervento di taglio cesareo, hanno portato a un peggioramento irreversibile delle condizioni del feto, con esito fatale.
La struttura sanitaria, a causa della condotta negligente del suo personale, è stata ritenuta responsabile civilmente, avendo causato danni patrimoniali e non patrimoniali ai genitori del neonato. La giurisprudenza ha chiarito che, in casi di tale gravità, il risarcimento deve coprire integralmente i danni subiti dalle vittime.
Grazie al lavoro dello Studio legale Sgromo, i genitori del piccolo hanno ottenuto un risarcimento per malasanità pari a 770.000 €, un riconoscimento economico del grave torto subito e del dolore incommensurabile che li ha colpiti.
